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SPETTACOLI > 2014

Fotografie di Gianfranco Rota
Photo studio UV
Immagini dalla diretta video TV Bergamo

Showreel dalle immagini della diretta
di TV Bergamo



Bergamo Musica Festival 2014: “Lucia di Lammermoor”
di Andrea Dellabianca (GBOPERA)

recensione completa in: http://www.gbopera.it/2014/09/bergamo-musica-festival-2014-lucia-di-lammermoor/


«Francesco Bellotto, direttore artistico del BMF e regista dello spettacolo, sceglie di ambientare la vicenda in una non-epoca, in modo da rendere universalmente applicabili i contenuti della narrazione. Se i costumi, firmati da Alfredo Corno, spaziano dal Medioevo al Rinascimento, le scene di Angelo Sala contengono elementi che congiungono circolarmente passato e presente: le imponenti mura, rese macerie dal passaggio di una guerra senza tempo, rivelano un’anima di cemento armato, materiale molto vicino allo spettatore contemporaneo. La piattaforma girevole che ruotando compone i diversi ambienti, svela di volta in volta nuove prospettive di un paesaggio reso inospitale da un clima rigido, quasi polare, dove la neve ed il ghiaccio affliggono qualsiasi forma di vita, congelando perfino lo scorrere dell’acqua. Lo scenario desolato che ci viene presentato trascende qualsiasi collocazione spazio-temporale, evocando immagini che quasi prefigurano un futuro apocalittico. Su questo sfondo, il regista inserisce con un’audacia forse eccessiva un aspetto estraneo al libretto di Cammarano, e lo fa tramutando il personaggio di Alisa da damigella e confidente di Lucia in una strega cenciosa ed inquietante, costantemente seguita da due striscianti comari…che sia proprio il maleficio gettato da Alisa sull’anello – sfilato all’inizio dell’opera dalla mano recisa di un cadavere di donna e poi donato alla povera Lucia – la causa della tragica fine dei giovani amanti?»

Protagonista, l'edizione critica
di Maria Luisa Abate (Teatro.it)

recensione completa in:
http://www.teatro.it/spettacoli/donizetti/lucia_di_lammermoor_690_29448


«Dante, riprendendo la mitologia greca, immagina la zona più profonda dell'Inferno ricoperta da un fiume ghiacciato. "Io gelo e ardo" canta Lucia, soccombendo alle imposte nozze. Per il regista Francesco Bellotto la pazzia è l'artica dannazione dei vivi. Glaciale solitudine, tra pietre e spade fagocitate dalla brina, che ha cristallizzato le passioni in una realtà straniante. Dal cielo sempre più livido (luci di Claudio Schmid), come in un inverno post atomico, è scesa fitta la neve a ricoprire le vittime e raggelare i superstiti: gli abitanti di Ravenswood e Lammermoor sono dei sopravvissuti alle cinquantennali battaglie che ne hanno smembrato i corpi e disgregato le civiltà.

Uno spunto/tributo a Polanski, rielaborato, ha funto da filo conduttore. La mano mozzata da un cadavere ha dato gli anelli con cui Lucia e Edgardo si sono scambiati la vana promessa, è divenuta feticcio della follia di Lucia, ha porto il ferro con il quale l'infelice innamorato si è dato la morte.

L'ancella/strega Alisa ha evocato antichi fantasmi sovrapponendoli alle figure del presente: lei è stata la manovratrice del volano del destino, dal moto circolare magico, trasognato, inquietante, omnicomprensivo. Hanno ruotato inesorabili le algide vetrate industriali e le rovine di cemento, dai tondini d'armatura protesi verso l'alto come rugginose, imploranti, scheletriche mani. La fontana, ammutolita dal ghiaccio, con le sembianze di una statua di Canova ha riecheggiato la "precisione neoclassica" strutturale della tessitura donizettiana, come ha dichiarato lo stesso Bellotto, la cui preparazione musicale emerge in ogni suo lavoro. Un "pastiche", di inusitata omogeneità, architettonico (scene di Angelo Sala) e stilistico dei costumi (di Alfredo Corno) di svariate epoche, a raccontare un'allucinazione scorporata dal contesto storico e avulsa dall'attualità.»


GELO E GRANDE MUSICA
di Laura D'Alessandro

recensione completa in: Donizetti Society Newsletter 2015

«A Bergamo,nel’ambito del Festival autunnale 2014, ci è stata regalata una suggestiva edizione di questa storia tragica di amore e morte con  invenzioni sceniche, metaforiche e rappresentative che hanno proiettato nell’allestimento, curato da Francesco Bellotto, una vasta gamma di elementi pienamente consoni al sentire romantico, alla pienezza di contenuti che il romanticismo, appunto, esprime in forme distorte e oscure tanto opposte al sereno ed equilibrato, bucolico mondo classicista. La scenografia, ridotta al minimo essenziale, era costituita da un desolato panorama di rovine e di gelida solitudine con il giganteggiare di edifici in rovina, da ruderi antichi a stabili più moderni con le vetrate sfondate da bombardamenti, recanti segni di distruzione e di morte.
Anche le luci, algide e angoscianti, contribuivano alla pittura di un paesaggio squallido, desolato e funereo.
La fontana, storicamente tragica e tanto ossessionante per Lucia,  veniva riprodotta con l’icona del ghiaccio e dell’immobile freddezza di un panorama privo di ogni forma di vita. L’amore impossibile di Edgardo e della fanciulla della stirpe rivale della sua veniva descritto nel suo tentativo di prendere l’aire in un contesto nel quale ogni speranza appariva negata. Le romanticissime apparizioni fantasmagoriche di streghe  cui Alisa sembrava prendere un’enigmatica parte, non potevano che accrescere l’assoluta mancanza di sereni auspici ed il vuoto esistenziale dei due amanti relegati in un clima glaciale. In questo deserto , al termine dello splendido duetto d’amore, si introduceva la scena di un momento erotico di passione fra i giovani, quasi un estremo commiato per la felicità di entrambi dinanzi alla partenza di Edgardo che non tornerà,  una sfida nei confronti di un destino inesorabilmente avverso.
Tutta la scenografia sembrava evocare nel clima freddo la penosa mancanza di un luogo raccolto e caldo, di un interno nel quale trovare un po’ di sicurezza e di pace. Laddove l’intreccio si svolgeva nella dimora degli Ashton ben poco  si avvertivano i recessi di un’abitazione con una scenografia, si può dire assente, dalla quale si snodava un corridoio semibuio e pieno di ombre , quasi simbolo di sinistri presagi e di funeree presenze.
Unica nota vitale in questa funesta rappresentazione era la giovinezza di Lucia, adolescente indifesa e schiacciata da un destino più grande di lei, interpretata con disarmante candore dalla ventiseienne Bianca Tognocchi. A detta di qualche critico non avrebbe dato il meglio nella parte, ma ci viene da pensare che sarebbe davvero auspicabile il  diffondersi nei nostri teatri di interpreti così giovani e capaci  in ruoli ardui come quello che Donizetti ha riservato alla sua creatura più romantica.  Volonteroso ma ben lungi dalla pienezza del fascino del personaggio , sia vocalmente che scenicamente, l’ Edgardo dell’altrettanto giovane Raffaele Abete. Il vibrante e doloroso Sulla tomba che rinserra, canto di fremente risentimento del perseguitato  da cui traspare velato il sentimento d’amore che lo ha indotto alla rinuncia alla vendetta, ha perso molto del suo vigore emozionante e tragico.
Diversamente si è imposto con nerbo drammatico il baritono Christian Senn, già noto al Teatro Donizetti per il brillante Dottor Malatesta di alcuni anni fa. La sua interpretazione di Enrico è stata caratterizzata da tragica tensione, furente impazienza e , talora, da subdola circospezione nei confronti della dolente sorella. Bellissima tutta la sua interpretazione dal concitato esordio alla tetra scena della torre ed al dramma della pazzia.
Una caratteristica singolare è stata la scelta per il personaggio di costumi diversi per foggia epocale, dai paludamenti rinascimentali agli abiti un po’ casual di fine ventesimo secolo, a significare l’universalità dell’enigma di amore e odio, di dolore e morte nel tempo, in tutte le vicende della storia dell’umanità.
Simbolo di un dramma senza speranza per i protagonisti e destinato a risolversi nel sangue era forse il fazzoletto rosso portato da Lucia dalla scena della fonte fino al momento delle nozze, quando le si imponeva l’abito bianco indossato per quell’evento sacrificale. Non a caso Raimondo ( il basso Daniele Sagona) , solenne nei paramenti sacri che ne  ricoprivano il saio medioevale, offriva alla prossima sposa un calice sacramentale da bere con rassegnazione, quasi un viatico per il suo cammino di dolore, la traduzione in immagini del "Al ben dei tuoi qual vittima offri Lucia te stessa".
A coronare tutto lo strazio di una ripugnante costrizione, tanto opposta all’amore da lei nutrito per Edgardo,  era la caratterizzazione di Arturo, impersonato da Riccardo Gatto, scenicamente rappresentato come un vizioso e libertino sensibile alla bellezza delle dame presenti alla cerimonia nuziale e dedito a scolare bicchieri di vino del brindisi augurale.
Al sopraggiungere di Edgardo, delineato come un coraggioso profanatore della solennità del momento al punto da affrontare fisicamente il rivale  agguantandolo e tenendolo in balia di un pugnale puntato alla gola, il meschino si rivela un emerito codardo fuggendo a rifugiarsi tra gli uomini del suo seguito per cercare protezione.
Il  clou dell’opera, ovvero la scena della pazzia, interpretata dalla Tognocchi con sicura vocalità ed agile presenza scenica, appariva un grande momento di anelito di Lucia(tra le cui mani ricompariva l’eloquente fazzoletto rosso)al suo amore impossibile con l’accompagnamento della gassarmonica a bicchieri dal suono algido e spettrale, consono al delirio della protagonista in balia dei suoi fantasmi.
Pregio di questa edizione bergamasca è stata l’esecuzione integrale dell’opera fino al breve, e sempre trascurato, momento dell’invettiva di Raimondo contro Normanno, delatore nefasto. Una trovata registica geniale ci è parsa la raffigurazione scenica in chiave metastorica degli eventi: contro il malvagio armigero si scagliavano alcuni uomini armati uccidendolo. Dal delitto scaturiva una lotta furiosa tra i presenti che, morenti, accompagnavano il sucidio di Edgardo. Questo preannuncio di violenza e punizione dei colpevoli si riallacciava all’antefatto della tragedia: una guerra secolare tra le stirpi rivali con l’esito di un immenso cimitero. Un campo di morte nel quale si muoveva il tristissimo Edgardo ed a cui si rivolgevano i caduti con la struggente narrazione del di "Fur le nozze a lei funeste". Dolore e morte intorno all’affranto suicida, quasi la perpetuazione circolare di un destino irrevocabile.»













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